di Daniela Cardamoni e Vittoria Quondamatteo
Ogni persona dovrebbe avere
il diritto di libertà di espressione,
senza ingiuriare.
Dovrebbe avere la libertà di privacy
e di uno spazio personale.
Ogni adolescente,
dovrebbe avere il diritto di poter vivere
la propria adolescenza in modo adeguato.
(Sara, 16 anni)
La prima volta che ci siamo incontrate per discutere di questo lavoro, abbiamo ricevuto un insight e si è fatta strada in noi una curiosità: chissà cosa ne pensano, i minori, dei loro stessi diritti, dei ”diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”? Avevamo appena iniziato a parlarne quando Vittoria ha ricevuto una chiamata da una delle comunità di cui è responsabile1. Era Erminia2, una giovane utente di 15 anni, che doveva domandarle una cosa. Colta sul vivo delle nostre disquisizioni, Vittoria le ha chiesto: <<Cosa ne pensi, tu, dei diritti dei bambini e degli adolescenti?>>.
La reazione della ragazza è stata molto forte, oppositiva e dirompente. Urlando ha affermato: <<Queste cose non si chiedono! Non ti devi permettere mai più di fare queste domande!>>. La telefonata terminò, ma dopo pochi minuti il cellulare squillò nuovamente: era un operatore, allarmato dalla reazione violenta di Erminia manifestatasi subito dopo aver riattaccato. Molta rabbia, con tanto di vetro spaccato da un calcio della giovane. Ci siamo subito chieste qualearchetipo si fosse costellato nella ragazza.
Ma su questo ritorneremo più avanti.
Ora, qualche spunto storico: se è vero che l’intento di identificare principi e valori condivisi è molto antico
(pensiamo al Cilindro di Ciro il Grande, un documento del VI secolo a.C. nel quale il re garantisce, ai sudditi e agli stranieri deportati, diritti quali la libertà religiosa e l’abolizione della schiavitù), è altrettanto vero che la sfera del diritto dei minori costituisce un’acquisizione recente. Recente come la stessa categoria di infanzia, perlomeno come siamo abituati a riconoscerla oggi, quale periodo differenziato e indipendente della vita umana, meritorio di peculiari attenzioni. È noto, infatti, come l’infanzia stessa, o meglio la nostra rappresentazione dei bambini quali soggetti aventi prerogative peculiari, rappresenti un prodotto della modernità3. Per secoli, il concetto di infanzia non ha avuto alcun significato dal punto di vista del mondo degli adulti. Il minore è stato a lungo percepito come un essere che diviene persona-soggetto di diritti solo dopo essere stato educato e plasmato.
Sappiamo come, nella Grecia antica, l’infanticidio e l’abbandono fossero considerati comportamenti comuni, legalmente consentiti. E sappiamo come anche il neonato/bambino romano fosse soggetto ad abbandono: stava al padre riconoscerlo sollevandolo tra le braccia, dal limen della camera nuziale. Se il padre non avesse sollevato il neonato, questi sarebbe stato abbandonato, esposto di fronte alla porta come avveniva per gli “inutili” figli degli schiavi. Affinché il neonato iniziasse effettivamente a esistere, era necessaria una decisone paterna, la quale si manifestava, appunto, tramite la levatio. In assenza di questa volontà, il neonato era considerato un nihil, un niente destinato a sparire4.
Per tutta l’epoca medievale, il neonato passava, senza soluzione di continuità, dalla condizione di “cucciolo d’uomo” da svezzare alla condizione di “piccolo d’uomo”. Ciò, non appena la sopravvivenza alle malattie infantili o la capacità di sopportare la fatica di un lavoro, glielo avessero permesso. Una condizione ravvisabile anche nell’arte rinascimentale che, recependo i contenuti teologici dell’epoca, per i quali ciascun individuo è appunto il prodotto di un atto istantaneo di creazione, proponeva l’immagine dei bambini come di adulti in miniatura: uomini e donne in formato quantitativamente ridotto, sin dal loro stesso venire al mondo.
Con l’inizio dell’età moderna, cominciò comunque a svilupparsi un atteggiamento nuovo da partedegli adulti rispetto ai neonati/bambini: dal XVII secolo il mondo infantile si distinse da quello adulto e i più piccoli, seppure fossero percepiti come esseri privi di razionalità, divennero l’immagine dell’innocenza. In altre parole, cominciò a svilupparsi quello che Ariès ha definito il “sentimento dell’infanzia”5.
Un sentimento che, tuttavia, si è concretamente determinato solo nel XIX secolo, con l’emersione di una più netta “concezione puerocentrica”.Sono trascorsi secoli prima che la “deumanizzazione”6 dei minori iniziasse a essere messa in discussione: i bambini, un po’ come i loro diritti, sono un prodotto della modernità. Jung ha sostenuto che “un cambiamento di atteggiamento non prende mai le mosse dal gruppo, ma inizia solamente dall’individuo”7, quando i tempi diventano finalmente maturi. Un anno significativo è, da questo punto di vista, il 1874, anno in cui fu emessa, negli Stati Uniti, la prima sentenza in assoluto relativa all’abuso su minori. Un verdetto che dobbiamo a Etta Angell Wheeler (1834-1921): una missionaria metodista che, venuta a conoscenza delle torture alle quali una bambina, Mary Ellen, era sottoposta dai suoi genitori adottivi, cercò un mezzo, uno strumento legislativo per difenderla. Tuttavia, poiché il maltrattamento dei minori non faceva ancora parte del bagaglio giuridico dello stato di diritto, l’unica organizzazione alla quale Etta Angell Wheeler poté rivolgersi fu la società protettrice degli animali (evidenziamo in proposito come l’”animalizzazione” costituisca una forma di deumanizzazione8). Il clamore che quella prima sentenza suscitò portò alla fondazione della New York Society for the Prevention of Cruelty to Children, la prima organizzazione al mondo nata per prevenire e contrastare gli abusi sui minori e ancora oggi attiva9.
Altra storia, altro femminile, durante la Prima guerra mondiale e questa volta in Europa: Eglantyne Jebb, una donna britannica che aveva prestato servizio nella Croce Rossa come soccorritrice dei bambini e che aveva vissuto da vicino le sofferenze inflitte loro dalla guerra, si mobilitò per affermare l’”umanizzazione” dei minori e il riconoscimento dei loro diritti. È proprio lei ad aver fondato, nel 1919, l’organizzazione Save the Children, nonché ad aver elaborato, nel 1923, la Carta dei diritti del bambino10.
Relativamente all’operato di Etta Angell Wheeler e di Eglantyne Jebb, non possiamo non citare quanto affermò Jung: “Una delle caratteristiche della donna è che essa è in grado di fare qualsiasi cosa per amore di un essere umano”11. Lella Ravasi Bellocchio ha scritto, relativamente al “femminile”, che esso si situa proprio in “quell’amore che afferma l’umanità contro la disumanizzazione per salvarsi, e così facendo riconsegna anche l’altro alla sua umanità”12. E ancora: “Eros è – per la donna – sfida, forza, femminile nel senso di una tensione all’irriducibilità di essere donna, al vivere in modo diverso dalla logica maschile e dal ruolo femminile, un modo che ha senso in quanto parte della dolorosa e complessa consapevolezza dell’amore, dell’oscurità in cui il femminile è immerso”13.
Un senso di umanità – in opposizione alla disumanizzazione – che, relativamente ai minori in particolare, è confluito in vari atti, tra i quali non si può non citare, ovviamente, la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata nel 1989 e ratificata in Italia, nel 1991, con la legge n. 17614. Una Convenzione, giuridicamente vincolante, che mette in evidenza sia la necessità di rispettare il minore nella sua personalità, sia la necessità di agire attivamente per offrire al minore stesso, in virtù della sua vulnerabilità, un’assistenza orientata al riconoscimento della superiorità dei suoi interessi. All’articolo 3 si legge:
In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente […].
La Convenzione in questione rappresenta ancora oggi il trattato internazionale in materia di diritti umani ad aver raccolto il più ampio numero di adesioni nella storia: tutti gli Stati del mondo ad eccezione degli Stati Uniti e della Somalia (quest’ultima fino al 2015), hanno provveduto alla sua ratifica, seppure con riserve. Una conquista, almeno sul piano formale, certamente necessaria, un salto della coscienza dell’umanità, un nuovo stato di consapevolezza; una luce che copre zone d’ombra. Un risultato importante come lo fu la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, e che comunque a ben vedere porta in sé, proprio come quest’ultima, il paradosso di un’umanità che ratifica a livello legislativo ciò che “dovrebbe” essere innato, inscritto nel suo stesso DNA.
Il condizionale è d’obbligo, considerando lo “sfacelo (dis)umano” dal quale la Dichiarazione del 1948 emerse. E considerando tutte le altre guerre e i “processi deumanizzanti” che ancora oggi coinvolgono bambini, donne e uomini nell’ambito della nostra società, che continuamente fagocita anche tali importanti conquiste giuridiche. Una realtà di cui siamo spettatori attivi ogni giorno, imprigionati in una passiva impotenza che ci ha anestetizzati.
Jung lo aveva intuito:“Siamo tuttavia, in forza del nostro essere umani, criminali in potenza. In realtà ci è solo mancata l’occasione propizia per essere trascinati nella gora infernale. Nessuno sta fuori dalla nera Ombra collettiva dell’umanità […]. Sarà bene avere una immaginazione del male poiché soltanto gli sciocchi possono trascinare a lungo le premesse della propria natura. Anzi questa trascuranza li rende più atti a diventare uno strumento del male”15.
Una società adulta ed egoica che sembra non ascoltare le istanze che emergono da un “collettivo infantile e giovanile” in continuo mutamento ma, al contempo, stabile nella sua esigenza più profonda: quella di un’attenzione effettiva alla sua realtà e ai suoi bisogni umani e psichici. Gli adulti, che dovrebbero non solo “concepire” i provvedimenti giuridici ma anche – e soprattutto – attuarli, risultano invero sempre più desacralizzanti e a rischio di inflazione dell’Io, rendendo il diritto stesso una realtà fragile, facilmente eludibile.
Sembriamo proprio inflazionati dall’Io: tale inflazione si verifica quando una persona si identifica, con eccessiva esaltazione, passione o ebbrezza, con contenuti della psiche collettiva, assumendoli come contenuti propri, oppure come rivelazioni o eventi eccezionali. Nell’inflazione l’individualità s’impoverisce sino a confondersi con valori indifferenziati, di massa. La coscienza regredisce nell’inconscio restandone sommerso. I fatti di cronaca evidenziano come la violazione quotidiana dei diritti e della dignità umana profonda dei minori sia all’ordine del giorno: basti pensare a quanti piccoli migranti muoiono in mare. Una cronaca di fronte alla quale la rabbia di Ermina si fa in qualche modo largo anche dentro di noi.
Jung ha scritto: “Tutti i progetti di miglioramento del mondo […] si reggono in piedi, o vengono a cadere a seconda del modo in cui l’uomo si confronta con tali fattori. E chi non riflette sul fatto che anche la migliore delle idee verrà con tutta probabilità sabotata dalla notoria insufficienza dell’uomo, dalla sua stupidità, pigrizia, assenza di scrupoli, egoismo, ecc. può tranquillamente rimettere via le sue tabelle statistiche”16.
E ancora:
“Nell’inconscio di ciascun individuo esistono disposizioni istintuali o sistemi psichici carichi di notevoli tensioni. Se essi vengono facilitati in qualche modo a irrompere nella coscienza, senza che quest’ultima abbia la possibilità di intercettarli in forme superiori corrispondenti, travolgono ogni cosa dinnanzi a sé come un torrente in piena e tramutano gli uomini in esseri per i quali il termine bestia è persino troppo benevolo e che si possono soltanto qualificare come diavoli”17.
Ora, ci si pone una questione che sembra centrale: fino a che punto gli adulti, in qualità di singoli o di istituzioni, possono legittimamente interferire negli spazi di libertà a oggi riconosciuti ai bambini, sostituendo la propria volontà alla loro?18.
Il dibattito è interessante ma ci sembra che, se volti a realizzare gli interessi dei bambini stessi, gli interventi a loro rivolti siano doverosi e non necessitino pertanto di giustificazioni. D’altra parte, l’etimologia di “diritto” (p.p. di “dirigere”) rappresenterebbe proprio il concetto di “porre in linea retta, dare una direzione, drizzare, governare”.
Tuttavia, bisognerebbe farlo rispettando il bambino stesso, le sue esigenze più profonde, la sua dimensione psichica e affettiva. Bisognerebbe farlo tenendo a mente che “tutti i grandi sono stati piccoli”, come ci ha ricordato l’autore del capolavoro Il piccolo principe19. Una realtà che ha evidenziato anche Mary, una ragazzina di 14 anni intervistata in occasione di un’indagine che abbiamo svolto per questo studio:
Anche voi adulti sapienti e colti, così esperti della vita, siete stati come noi, pieni di sogni e insicurezze. Ma a quanto pare avete dimenticato tutto e pretendete che noi già a 13/14 anni siamo esperti di vita, come voi.
L’indagine in questione è stata svolta in quattro scuole secondarie di I grado: tre situate in diverse aree di Roma (Eur, Ponte Milvio, Tufello) e una a Terni. In particolare, gli intervistati frequentano la prima (41 ragazzi), la seconda (58 ragazzi) o la terza (105 ragazzi) classe. A essi, si sono aggiunti 12 giovani utenti di comunità (residenti presso le strutture de “Il Fiore del Deserto”), per un totale di 216 interviste.
Le domande che sono state poste sono le seguenti:
- Cosa sono i diritti umani?
- Quali sono i diritti umani?
- Cosa sono i diritti dell’infanzia?
- Quali sono i diritti dell’infanzia?
Agli intervistati è stato poi chiesto di individuare quali fossero, secondo loro, i diritti umani più importanti. Di seguito, i numeri inerenti alle loro risposte:
- Diritto all’autonomia, all’indipendenza, alla libertà di pensiero, opinioni e scelte: 78 ragazzi
- Diritto all’istruzione: 56 ragazzi
- Diritto all’uguaglianza, all’inclusione e all’amicizia: 34 ragazzi
- Diritto al gioco: 29 ragazzi
- Diritto ad avere una famiglia e una casa: 10 ragazzi
- Diritto a vivere una vita felice e serena: 9 ragazzi.
Rispetto ai diritti specifici dell’infanzia e dell’adolescenza, i nostri intervistati hanno, fornendo più risposte, espresso le loro idee secondo i numeri e le percentuali di seguito riportati:
- Diritto all’istruzione: 98 (26% risposte)
- Diritto al gioco: 66 (17,5% risposte)
- Diritto ad avere una famiglia e una casa: 43 (11,4% risposte)
- Diritto a crescere serenamente e in un ambiente sicuro: 41 (10,9% risposte)
- Diritto all’autonomia, all’indipendenza, alla libertà di pensiero, opinioni e scelte: 39(10,4% risposte)
- Diritto all’uguaglianza, all’inclusione e all’amicizia: 20 (5,3% risposte).
È molto interessante notare come, trasversalmente alle diverse età e ai diversi contesti, emergano sempre, tra le prime preferenze, il desiderio di un diritto all’istruzione e al gioco. D’altra parte, questi sono i due canali privilegiati nell’infanzia per conoscere e adattarsi al mondo… Ma anche su queste suggestioni, torneremo più avanti.
Ora ci domandiamo se noi adulti siamo effettivamente nella condizione di poterci erigere a difensori dei minori se, ancora nel 2018, quelli vittime di violenza sono stati, in Italia, quasi 6.000. In particolare, si tratta di 5990 casi (il 3% in più rispetto al 2017), un terzo dei quali è stato consumato tra le mura domestiche20. Anche leggendo i titoli dei giornali, emerge lo stesso dubbio circa il nostro ruolo di loro paladini: <<È allarme per la depressione tra i giovani, negli Usa psicofarmaci a 14 milioni di bambini>> (2020); <<Quasi un adolescente su cinque soffre di depressione e disturbi psichiatrici>> (2018); <<Sinpia: “Emergenza psichiatrica tra adolescenti, e cresce consumo alcool”>> (2018).
Riscontriamo, dunque, un aggravamento delle condizioni dell’età evolutiva. Possiamo ipotizzare che i minori rappresentino, nella nostra società complessa, una sorta di capro espiatorio. Espiatorio delle sue convulsioni e follie, dei movimenti a livello planetario, di migrazioni continentali nel tempo della globalizzazione che ci ha trovati impreparati. Nell’odierna società occidentale si assiste a un intorpidimento, a un sonno delle coscienze che impedisce di vedere quello che accade nella realtà. Un sonno sicuramente alimentato dai mezzi di comunicazione, che spesso propongono un’idea ambigua dei bambini e degli adolescenti.
La pubblicità, ad esempio, ne veicola un’immagine dicotomica: da una parte, quella del minore bello e felice, spavaldo, che necessita unicamente di beni materiali; dall’altra, quella del minore deprivato, maltrattato, fragile. Due “ritratti” in parte veritieri ma nel complesso deformati. Espressione, entrambi, di un pensiero dominante e di una coscienza collettiva che tuttora di fatto non conferiscono ai bambini e agli adolescenti l’identità di oggetti e soggetti di diritto, di esseri umani definiti, di cittadini piuttosto che di sudditi. Un’infanzia negata. Tutti i giorni sperimentiamo, nel nostro lavoro presso le scuole e presso le comunità, il profondo iato tra l’attività portata avanti dagli operatori sociali, che effettivamente possono disporre di strumenti giuridici validi, al di là della frustrazione legata alla loro difficoltosa applicazione, e il pensiero della massa. Uno iato tra piano formale/teorico e piano operativo/concreto.
In generale, in qualità di psicoterapeuti, sappiamo come ogni essere umano abbia in sé una tensione verso l’individuazione, una scintilla divina. Ma sappiamo quanto sia importante che l’Io si ancori al mondo della coscienza, e che questa si fortifichi tramite un adattamento che sia il più preciso possibile21. Rispetto ai ragazzi del privilegiato Occidente, ci sembra che essi siano continuamente esposti alle delusioni derivate dal divario tra le aspettative di riconoscimento che nutrono e il trattamento reale da parte del loro ambiente di riferimento.
Oggi, nelle nostre società occidentali, dilaga il narcisismo. Infatti, il culto del sé sembra fagocitare i ragazzi (oltre che gli adulti) e la loro devozione all’altro. Il diritto che devonorivendicare è il diritto ad avere successo. Il mito di Narciso si impone e i giovani, volente o nolente, finiscono per far propria la necessità di vedere riflessa la propria immagine nello specchio sociale. Ed è proprio questa la loro debolezza: la dipendenza dal riconoscimento da parte della società. Una dipendenza che riguarda, in primis, gli adulti. Narcisismo ma anche “principio di piacere”. Ha scritto Zygmunt Bauman: “Oggi il principio di realtà deve difendersi davanti a un tribunale presieduto dal principio di piacere”22.
Viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza, riferendosi all’impotenza e alla disgregazione, ha definito “le passioni tristi”23. Il mito dell’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia ha lasciato il posto a un altro mito, simmetrico e speculare: il mito della totale impotenza dell’uomo stesso di fronte alla complessità del mondo. È come se l’espansione della tecnica non potesse trovare alcun limite, alcuna risonanza capace perlomeno di orientarla, non potendola appunto limitare.
Si tratta, pertanto, di un attacco ai rapporti e alla stessa identità umana. Se tutto appare possibile, allora nulla è reale: “In questo mondo, i legami interumani si riducono a una serie di incontri e di interazioni; l’identità diviene una collezione di maschere indossate una dopo l’altra; le storie di vita sono un insieme di episodi il cui senso si riduce a una memoria non effimera di essi”24. Pensiamo alle relazioni virtuali vissute dai nostri ragazzi – e dagli adulti – sui social media; pensiamo a quanto la tecnologia, con la sua Ombra, abbia modificato le nostre vite.
Un’Ombra che Robert Mercurio, riprendendo gli assunti esposti da Jung nel suo Libro Rosso, ha così spiegato: “[…] il predominio di un mezzo di comunicazione e di interazione, di lavoro e di pensiero che definisce in gran parte il nostro stile di vita ma che non nutre l’anima”25. Un’anima affamata che, ha scritto ancora l’autore, “trasforma l’anima stessa in una belva”26. Epoca di malnutrizione, la nostra. Ma – lo ribadiamo – anche di passioni tristi: un senso pervasivo di impotenza e incertezza ci porta a chiuderci in noi stessi e a vivere il mondo come una minaccia. Una minaccia alla quale bisogna rispondere attrezzando i giovani a combattere. Perché? Ipotizziamo che oggi sia emersa, dal nostro inconscio collettivo, una coscienza ferita che vive sotto il segno dell’emergenza27.
Ci sembra di scorgere, come dapprima scritto, un’importante “inflazione dell’Io”, un impoverimento considerevole dell’individualità che appare sempre più connessa e identificata con i valori indifferenziati di massa. Si tratta, ha spiegato Jung, di una condizione che “rappresenta un’espansione della personalità che oltrepassa i limiti individuali, un rigonfiamento, per dirla breve. In questo stato si riempie uno spazio che normalmente non si potrebbe occupare. Lo si può fare solo appropriandosi di contenuti e qualità che, pur esistendo in sé e per sé, dovrebbero essere al di fuori dei nostri confini. Ciò che è situato fuori di noi appartiene o a un altro o a tutti o a nessuno”28.
Non esiste scoperta, mutamento, acquisizione o miglioramento che non rechi in sé una parte d’Ombra. Dunque, l’individuo e la società si trovano, di giorno in giorno, nel bivio tra evoluzione e involuzione, tra progresso e regresso, tra diritto e non diritto. Con l’accrescersi delle acquisizioni di carattere conoscitivo ed esperienziale, è pertanto indispensabile mantenere un saldo equilibrio nella ripartizione potremmo dire “libidica” tra l’Io e l’inconscio. Di pari passo vanno rafforzati i baluardi e le divisioni tra ciò che è nostro e ciò che è collettivo29.
La conoscenza, d’altro canto, non può essere interpretata come frutto di un mero esercizio intellettuale, ma deve includere necessariamente in sé un’azione morale, che sia anche di primaria importanza. E allora diventa fondamentale conoscere il valore teorico e clinico dell’Ombra, per intravederla nella declinazione ubiqua dei diritti, proprio là dove luccicano le migliori intenzioni. Essa dovrebbe aiutarci non tanto a cadere in una sterile e cervellotica analisi del reale per vederne, sempre e comunque, il peggio, ma dovrebbe, piuttosto, aiutarci a rafforzare il nostro sistema immunitario psichico, abituandoci a percepire il versante oscuro degli slogan ammalianti, l’arbitrarietà fittizia di cupi moralismi di ritorno, il carattere illusorio e narcotico delle necessità indotte30.
Come Jung ci ha insegnato, “la massa opprime il giudizio e la riflessione ancora possibili nell’individuo, portando necessariamente alla tirannide dottrinale e autoritaria. Ma quando la temperatura affettiva oltrepassa una soglia critica, l’efficacia della ragione cessa e a essa si sostituiscono le parole d’ordine e le rappresentazioni chimeriche. Ossia, uno stato di possessione collettiva che prende sempre la forma di un’epidemia psichica”31. Proprio in riferimento a queste parole, notiamo che, se considerati collettivamente, i ragazzi appaiono effettivamente posseduti da Narciso. Tuttavia, sul piano individuale (come nel caso delle risposte soggettive forniteci in occasione della nostra indagine), essi lasciano emergere altri tipi di bisogni: non più l’incessante ricerca del riconoscimento esterno, ma un intimo e autentico desiderio di conoscere e conoscersi per trovare la propria posizione nel mondo.
Aleggia oggi, nelle nostre società, uno spirito di incertezza; conviviamo stabilmente con l’incertezza. Incertezza di confini, perdita del significato e della nitidezza delle differenze. Tutto sembra esser divenuto offuscato, confuso. Il riconoscimento del mercato quale garante della possibilità universale di arricchimento individuale ha sostituito il diritto universale a una vita dignitosa. La miseria umilia e degrada; il mancato accesso al festino consumista diventa invece un marchio di insufficienza e infamia. Uno scenario preoccupante, soprattutto alla luce della consapevolezza che la polarizzazione tra eccesso di consumo e diminuzione della libertà di autodeterminazione delle persone frena, interrompe il processo di individualizzazione32.
I diritti delle persone non dovrebbero essere frutto della legislazione. Al contrario, essi dovrebbero essere ciò che stabilisce limiti alla forza, alle leggi, ai discorsi politici dell’uomo.L’umano è ancora troppo subliminalmente virile, etnico e nazionale33. I diritti, e a maggior ragione quelli dell’infanzia, non possono essere soltanto i provvedimenti raggiunti e stabiliti. La loro emersione rappresenta piuttosto un percorso, un viaggio che l’umanità non può dare per scontato. Un viaggio che va intrapreso costantemente nella profondità e nei viraggi della nostra psiche collettiva, affinché i bambini e gli adolescenti di oggi possano divenire adulti in grado di offrire a se stessi, e al mondo, un’anima il più possibile luminosa.
I diritti servono a proteggere i bambini dai maltrattamenti e a fargli avere un’infanzia felice e memorabile perché, se e hai avuto un’infanzia felice e protetta, puoi aiutare ad averne una, ha spiegato Luisa, una bambina di dieci anni intervistata in occasione dell’indagine da noi svolta.
Jung ha sottolineato l’importanza dell’impegno personale. Impegno “non soltanto di colui che intende cambiare, ma soprattutto quello di chi si prefigge di promuovere il cambiamento… affinché si muti l’intera realtà deve prima mutare l’individuo singolo, il bene è un dono e un’acquisizione individuale mentre il male per nascere e continuare a esistere, richiede una massa”34.
Torniamo alla dimensione archetipica attivata dalla nostra Erminia, la ragazza di cui abbiamo scritto all’inizio, la quale, adirata di fronte alla domanda relativa a cosa pensasse in merito ai diritti dei minori, ha iniziato a urlare, spaccando altresì un vetro con un calcio. Cosa si è costellato in risposta alla nostra domanda? Lasciamo che siano gli stessi ragazzi a rispondere. Dai risultati emersi dalla nostra indagine, abbiamo visto che le risposte più ricorrenti hanno fatto riferimento a due “diritti prescelti” dai minori stessi: il diritto al gioco e il diritto all’istruzione.
Alessia (11 anni), ad esempio, ci ha detto:
I diritti dell’infanzia, giocare e imparare, sono la base su cui si cresce, confrontandosi con gli altri. Nessuno può impedirlo. Sono qualcosa che ti appartiene, che devi avere. Insomma, ci nasci.
Quando i ragazzi parlano di gioco, probabilmente intendono il gioco libero, naturale, spontaneo, difficilmente rintracciabile nelle molteplici attività strutturate che continuamente vengono proposte ai nostri “totipotenti” bambini occidentali: gioco-judo, gioco-danza, giocoleria, laboratori ludico-espressivi, videogiochi, giochi di ruolo e tanti altri. Attività bellissime, importanti, le quali tuttavia possono sacrificare la potenzialità dell’immaginare.
Come ha affermato James Hillman, il pericolo è quello di alimentare un’”immaginazione anestetizzata”35 o, diremmo noi, guidata e veicolata, la quale, usando le parole dell’autore, “rischia di diventare sociopatica e amorale”36. Rischia di produrre adulti che non inorridiscono più di fronte alle immagini che ci arrivano dalla Siria. “Senza immaginazione ravvivata non esiste percezione di insulto o danno, non esiste senso dell’ingiustizia e quindi nemmeno quello della giustizia”37, ha sostenuto. Il rischio è grande poiché, come ha affermato ancora l’autore, “una moralità letteralizzata in regole non è che uno scheletro meccanizzato che esegue comandi o esegue comandamenti, ignara della lotta morale che una vita di bellezza esige”38. È importante constatare che Erminia è totalmente analfabeta; costretta, sin da bambina, a imparare l’arte del furto. Pertanto, ci piace ipotizzare che i diritti osservati tramite le riflessioni dei nostri giovani intervistati possano trovare esistenza e senso in una base di matrice archetipica. La percezione dei diritti è, secondo noi, un elemento innato nell’uomo che si declina in rapporto alle epoche e alle differenze culturali, in relazione alla crescita dell’umanità.
1 Vittoria Quondamatteo è presidente de “Il Fiore del Deserto” (Roma), un’Associazione di Promozione Sociale che, avvalendosi di comunità e appartamenti di semiautonomia, realizza progetti di integrazione psicosociale rivolti ad adolescenti e a giovani adulti sia italiani che stranieri.
2 Tutti i nomi dei ragazzi riportati nel presente articolo sono nomi di fantasia.
3 I. Fanlo Cortés (2016), Il dibattito teorico sui diritti di bambine e bambini, in “Jura Jentium. Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale”, https://www.juragentium.org/forum/infanzia/it/fanlo.html (ultimo accesso: febbraio 2020).
4 P. Ariès e G. Duby ([1986], 1988), a cura di, La vita privata dall’Impero romano all’Anno Mille, Laterza, Roma-Bari.
5 P. Ariès ([1981], 1999), Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, Laterza, Roma-Bari.
6 La deumanizzazione rappresenta “una strategia di delegittimazione che esclude individui o gruppi dall’umanità. Si tratta di una forma radicale di deprezzamento e ostracismo che, nel corso della storia, ha costantemente accompagnato conflitti e stermini. La deumanizzazione si avvale di strategie esplicite, che negano apertamente l’umanità dell’altro, e di strategie sottili, che erodono in modo inconsapevole l’altrui partecipazione all’umanità”. Cfr. C. Volpato (2013), Negare l’altro. La deumanizzazione e le sue forme, in “Psicoterapia e scienze umane”, 2, pp. 311-328. La citazione è a p. 311. Cfr. anche C. Volpato ([2011], 2014), Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, Laterza, Roma-Bari.
7 C. G. Jung ([1948], 1986), Tecniche di trasformazione dell’atteggiamento mentale in vista della pace nel mondo, in “Opere”, vol. X, tomo 2, Bollati Boringhieri, Torino, p. 96.
8 C. Volpato ([2011], 2014), Deumanizzazione. Come si legittima la violenza cit.; C. Volpato (2013), Negare l’altro. La deumanizzazione e le sue forme cit.
9 Di seguito, il link al sito web dell’organizzazione in questione: https://nyspcc.org/ (ultimo accesso: febbraio 2020). Per un approfondimento della storia di Mary Ellen, cfr. J. E. B. Myers (2006), Child Protection in America: Past, Present, and Future, Oxford University Press, New York.
10 C. Mulley (2009), The Woman Who Saved the Children. A Biography of Eglantyne Jebb: Founder of Save the Children, Oneworld publications, Oxford.
11 C. G. Jung ([1927], 1985), La donna in Europa, in “Opere”, vol. X, tomo 1, Bollati Boringhieri, Torino, p. 35.
12 L. Ravasi Bellocchio ([1987], 2010), Di madre in figlia. Storia di un’analisi, Raffaello Cortina, Milano, p. 20.
13 Ibidem.
14 S. Furfaro (2004), La disciplina giuridica, in “Adir-L’altro diritto”, http://www.adir.unifi.it/rivista/2004/furfaro/cap1.htm (ultimo accesso: febbraio 2020).
15 C. G. Jung ([1957], 1986), Presente e futuro, in “Opere”, vol. X, tomo 2, Bollati Boringhieri, Torino, p. 148.
16 C. G. Jung ([1945], 1986), Commenti sulla storia contemporanea, vol. X, tomo 2, Bollati Boringhieri, Torino, p. 49.
17 Ivi, p. 50.
18 I. Fanlo Cortés (2016), Il dibattito teorico sui diritti di bambine e bambini, in “Jura Jentium”, https://www.juragentium.org/forum/infanzia/it/fanlo.html (ultimo accesso: febbraio 2020).
19 A. de Saint-Exupéry ([1943], 2015), Il piccolo principe, Piemme, Milano.
20Terre des Hommes (2019), Rapporto InDifesa 2018, https://terredeshommes.it/indifesa/pdf/Dossier_indifesa_2019.pdf, p. 53 (ultimo accesso: febbraio 2020). L’organizzazione ha ripreso i dati della Polizia di Stato.
21 C. G. Jung ([1951], 1983), Aion: ricerche sul simbolismo del Sé, in “Opere”, vol. IX, tomo 2, Bollati Boringhieri, Torino, p. 24.
22 Z. Bauman ([1997], 2018), Il disagio della postmodernità, Laterza, Roma-Bari, p. XI.
23 Per un’analisi del concetto in questione, cfr. M. Benasayag e G. Schmit ([2005], 2013), L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano.
24 Z. Bauman ([1997], 2018), Il disagio della postmodernità cit.
25 R. Mercurio (2020), L’ombra del digitale, in V. Quondamatteo (a cura di), Argonauti del futuro. Gli adolescenti e i media digitali: quali interventi possibili?, FrancoAngeli, Milano, p. 32.
26 Ibidem.
27 M. Benasayag e G. Schmit ([2005], 2013), L’epoca delle passioni tristi cit.
28 C. G. Jung ([1928], 1983), L’io e l’inconscio, in “Opere”, vol. VII, Bollati Boringhieri, Torino, pp. 141-142.
29 G. Sorge (2004), Riflessioni attorno al fenomeno dell’inflazione psichica in “Babele. Rivista di Medicina, Psicologia e Pedagogia”, 26, p. 25.
30 Ivi.
31 C. G. Jung ([1957], 1986), Presente e futuro, in “Opere”, vol. X, tomo 2, Bollati Boringhieri, Torino, p. 104.
32 Z. Bauman ([1997], 2018), Il disagio della post-modernità cit.
33 Ivi.
34 C. G. Jung ([1945], 1986), Commenti sulla storia contemporanea cit., p. 53.
35 J. Hillman (1987), Del diritto di non parlare. Rapporto tra l’immaginazione e i diritti dell’uomo (discorso di apertura tenuto al simposio sulle arti creative nelle professioni psicoterapeutiche di aiuto), Convegno dell’American Association for Counselling and Development (AACD), New Orleans, 24 aprile 1987. Traduzione di Beatrice Rebecchi Cecconi.
36 Ivi.
37 Ivi.
38Ivi.